Il giardino delle erbe - Casola Valsenio - il paese delle erbe e dei frutti dimenticati

Schede Coltivazione Piante

Echinacea

Echinacea  spp.
Fam.Asteraceae (. Compositae)

Descrizione

Tra le numerose specie appartenenti al genere Echinacea, tre sono quelle maggiormente interessanti per le proprietà fitoterapiche: Echinacea pallida Nutt., Echinacea angustifolia D.C., Echinacea purpurea (L.) Moench.
Carattere comune a tutte le piante di questo genere è la presenza di fiori ligulati appariscenti di colore dal rosa al porpora, di lunghezza variabile da 3 a 7 cm.; tale caratteristica fa dell’ Echinacea una tra le piante più apprezzate per uso ornamentale.
Quasi tutte le varietà presentano foglie ellittiche e lanceolate  con margine intero,  radici a fittone ad eccezione dell’E.purpurea e dell’E. levigata, che hanno radice fascicolata:
Vengono descritte le caratteristiche botaniche  delle  specie  sopra menzionate:

Echinacea angustifolia
D.C. var. angustifolia:

  • altezza 10 – 15 centimetri
  • pelosità scariosa
  • relativa brevità dei fiori ligulati sporgenti dai 2 ai 3 centimetri
  • canali secretori esterni al midollo
  • colorazione grigia della polvere proveniente da radici essiccate
  • presenza di fibre sclerenchimatiche nel midollo
  • numero di cromosomi n=11

 

Echinacea pallida Nutt.:

  • altezza 40 – 90 centimetri
  • fiori ligulati, ricadenti, lunghi da 4 a 9 centimetri
  • presenza di canali secretori nel midollo e nella corteccia
  • presenza di fibre sclerenchimatiche nel parenchima corticale
  • colorazione della polvere delle radici essiccate da bianca a bruno chiara
  • colorazione bianca dei granuli pollinici
  • specie tetraploide 2n=44

 

Echinacea purpurea (L.) Moench.:

  • altezza 60 – 180 centimetri
  • grandi foglie ovali a margine seghettato
  • portamento ramificato
  • fiori ligulati color porpora intenso
  • radici fascicolate di color bruno rossiccio
  • presenza di piccoli canali secretori solo all’interno del parenchima corticale
  • colorazione della polvere delle radici essiccate da giallo chiaro a bianco

 

Proprietà ed impieghi

Dell’ Echinacea si utilizzano le radici, le sommità fiorite o la pianta intera.  Le attività principali sono: antinfiammatoria antisettica, cicatrizzanti, stimolante del sistema immunitario e dei processi assimilativi ed escretivi. Per via interna trova impiego nella profilassi e  nel trattamento delle malattie da raffreddamento e, per via esterna come topico nelle affezioni cutanee di tipo infiammatorio (pustole e foruncoli) e nelle ferite a cicatrizzazione difficile.Viene impiegata nell’industria cosmetica e farmaceutica

Tecniche colturali

-Terreno e ambiente
L’Echinacea è originaria del Nord America, in Italia non esiste allo stato spontaneo. Il genere Echinacea  comprende prevalentemente piante mesofite con esigenza d’acqua da media ad elevata.
L’E. angustifolia, grazie alle dimensioni ridotte delle foglie, alla fitta pelosità ed alla radice a fittone profondamente infissa nel terreno, è in grado di sopravvivere anche in condizioni sfavorevoli, lungo le rive sabbiose dei fiumi o nelle praterie asciutte.
L’E.purpurea, ha foglie larghe e radici fittamente ramificate, cresce bene nelle zone a mezz’ombra in terreni freschi o facilmente irrigabili.

-Propagazione
La propagazione di tutte le varietà di Echinacea avviene per seme e per divisione di cespo. La riproduzione per seme è la più diffusa e permette di ottenere numerose piante con costi contenuti. Il peso di 1000 semi è di 4-4,4 grammi. La germinabilità dei semi non è sempre elevata, richiedendo spesso la vernalizzazione o un bagno in acqua tiepida per ridurre la dormienza. E’ preferibile eseguire la semina in semenzaio all’interno di serre riscaldate o fredde. Le piantine compaiono mediamente dopo 10 – 12 giorni dal momento della semina, se il seme è stato posto in letti riscaldati per facilitarne la germinabilità. In mancanza di serre o bancali riscaldati la semina può essere effettuata in semenzaio all’aperto nel mese di ottobre;  in questo caso il seme germinerà nei mesi di febbraio e marzo. Il trapianto delle piantine sarà effettuato all’inizio di maggio. La semina  può anche essere eseguita durante l’estate (giugno-luglio), impiegando seme raccolto nell’anno precedente; il trapianto potrà avvenire, stagione permettendo, in autunno o inizio inverno.
La semina diretta in campo è sconsigliata a causa dell’elevato costo dei semi e della loro germinabilità scalare. Durante il primo anno, le giovani piantine si limitano allo sviluppo della rosetta basale, entrando in fioritura soltanto al secondo anno. Solo alcune piante fioriscono nella tarda estate o all’inizio dell’autunno.
La divisione di cespo si esegue a fine inverno, partendo da piante di 3 anni di età. L’operazione va eseguita manualmente, con un paio di cesoie, dividendo i giovani getti o gli ingrossamenti in prossimità del colletto; in seguito occorrerà eseguire immediatamente la messa a dimora nel terreno.
La reperibilità del seme non è sempre facile, in particolare quello di E. angustifolia , e il costo è spesso molto elevato.

-Sesti d’impianto         
La densità ottimale è di 9 – 10 piante per metro quadro. Le piante vengono poste alla distanza di 45 – 60 centimetri fra le file e di 15 – 20 centimetri lungo la fila. Il trapianto si esegue per piccoli appezzamenti anche manualmente. Una persona riesce a trapiantare mediamente circa 160 – 200 piantine l’ora.
Per grandi superfici, con la disponibilità di piantine in contenitori alveolari è consigliabile l’impiego di macchine trapiantatrici adattate ai sesti di impianto per l’echinacea.
Per la produzione del seme le piante possono essere poste a distanza maggiore portando così la densità da 10 a 7/8 piante per metro quadro.

-Fertilizzazione   
L’echinacea si avvantaggia di concimazioni organiche di fondo. E’ consigliato, in ogni caso, di apportare all’impianto 250 – 300 q/ha di letame maturo.  Nelle coltivazioni che adottano tecniche convenzionali è possibile apportare azoto, fosforo e potassio all’impianto e alla ripresa vegetativa, in concomitanza con la prima lavorazione del terreno, rispettivamente in quantità di 70/80 unità ad ettaro. Tali valori potranno essere aumentati di circa 10/15 unità ad ettaro, se non è stata eseguita nessuna concimazione organica all’impianto.

-Cure colturali   
La corretta preparazione di un buon letto di semina è importante per facilitare la successiva fase di trapianto sia che avvenga manualmente che  meccanicamente.  Le giovani piante dovranno essere mantenute ben pulite dalle infestanti, soprattutto nei primi mesi di vita in campo, fino a quando non avranno attecchito bene al terreno.   L’echinacea non richiede grossi interventi di diserbo dalle infestanti, in quanto tollera la presenza di altre erbe senza subire danni apprezzabili. Durante il primo anno di coltivazione sono spesso necessarie 3 o 4 sarchiature dell’interfila, seguite da altrettante zappettature lungo la fila; negli anni successivi il numero degli interventi può essere ridotto.  
L’irrigazione eseguita subito dopo il trapianto facilita l’attecchimento delle piantine. Se la coltura viene eseguita in terreni troppo siccitosi, risulta molto utile provvedere ad un’abbondante irrigazione nei mesi estivi. L’apporto di acqua potrà essere effettuato sia sotto chioma, mediante manichette, sia a pioggia nelle ore serali.

-Raccolta e resa  
L’echinacea è una pianta a ciclo triennale o perenne, pertanto la raccolta delle radici si esegue nella stagione autunnale o invernale, dopo il secondo o il terzo anno di impianto. Questo, in pratica, solo quando la pianta avrà sviluppato completamente il suo apparato radicale, garantendo così un buon contenuto in principi attivi.
Per  E. angustifolia e E. pallida, la raccolta avviene quando le radici hanno raggiunto un peso di circa 200 grammi per pianta.  L’estrazione delle radici dal terreno si esegue nei mesi autunnali/invernali con l’aiuto di un aratro scava radici. Il periodo ottimale per la raccolta dovrebbe essere stabilito previa analisi di laboratorio eseguita su un campione di radici  per valutarne il contenuto in principi attivi.
Spesso vengono richieste anche le porzioni epigee della pianta e la raccolta di queste viene effettuata in fioritura.  
Per l’Echinacea purpurea la raccolta avviene sempre al terzo anno, ma il particolare apparato radicale fascicolato e le radici sottili, rendono molto laboriosa l’operazione. Dopo la raccolta, le radici devono essere lavate, mantenendole il più integre possibili, ed immediatamente poste ad essiccare a temperatura di 30/35 gradi C.
Le rese sono spesso molto variabili, a seconda dei diversi ambienti e terreni in cui le echinacee vengono coltivate, dei diversi ecotipi spesso presenti sul mercato e delle diverse tecniche agronomiche eseguite.  Per l’E.pallida sono considerati valori medi  rese di 13/15 q/ha di radici essiccate, per l’E.angustifolia (la cui superficie coltivata in Italia è molto scarsa) sono riportate rese di 5/7 q/ha. La resa per l’ Echinacea purpurea è riferita quasi sempre a tutta la pianta, quindi, radice, fusto, foglie, fiori,  con rese medie di 18/20 q/ha di prodotto secco.

Avversità

Sulle foglie di alcune piante di E.purpurea sono state riscontrate variegature ed arabeschi gialli, mentre sui fiori e i petali si sono manifestati restringimenti e screziature. La causa di questi fenomeni è il virus del mosaico del cetriolo o CMV (cucumber mosaic Cucumoviris). Sono, inoltre, stati riscontrati altri virus, l’AMV (alfalfa mosaic alfamovirus o virus del mosaico dell’erba medica), individuato per la prima volta in Bulgaria nel 1965; il BBWV (broad bean wilt fabavirus o virus dell’avvizzimento della fava). L’E. purpurea è, inoltre, suscettibile all’infezione del tiroide del rachitismo del crisantemo (CSVd o chrysantemum stunt viroid disease). Fra le micosi, l’unica infezione riscontrata è quella indotta da Sclerotinia sclerotiorum che provoca il marciume radicale nelle piante coltivate. 

Estragone

Scheda

ESTRAGONE (DRAGONCELLO)

Artemisia dracunculus L.

Fam. Asteraceae (Compositae)

 

Descrizione

   L’estragone (o dragoncello) è una pianta erbacea, poliennale, originaria della Russia centrale. Si conoscono due varietà di estragone, quello “tedesco” e quello “francese” o “piemontese”; quest’ultimo più interessante per il suo utilizzo nell’industria alimentare e liquoristica.

   Il dragoncello “tedesco” ha fusti a sezione sferoidale, ramificati, formanti compatti cespugli con radici legnose. L’altezza della pianta varia fra i 100 e i 200 cm. Le foglie di color verde opaco, sono lisce, sessili, lanceolate nella parte alta della pianta. L’infiorescenza è a pannocchia con numerosi piccoli fiori globulosi di color verde-giallastro; il frutto è un achenio.

   L’estragone “francese” raggiunge un’altezza massima di 60-70 cm, con fusti molto ramificati ed internodi ravvicinati. Le foglie di colore verde cupo, sono lanceolate, intere, prive di picciolo e presenti in numero maggiore rispetto al tedesco. Le infiorescenze sono a pannocchia di colore verde pallido e i fiori sono sterili. Tutta la pianta ha un odore pungente e sapore aromatico gradevole. Le piante di questa varietà vivono mediamente tre anni, a differenza del dragoncello tedesco che è molto più longevo.

Proprietà ed impieghi

   La pianta, nota in Francia con il nome di “Estragon”, ha proprietà, aperitive, stomachiche, medicinali, ed è una tipica pianta da condimento. L’olio essenziale si impiega come aromatizzante nella industria alimentare.

 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

   La pianta originaria della Russia e dell’Asia, viene coltivata in molti paesi stranieri, in Italia settentrionale e centrale. Il dragoncello predilige terreni fertili, umidi od irrigabili, permeabili, soleggiati; la pianta sopporta male le forti gelate e le estati troppo siccitose.   In generale è una pianta di facile coltivazione, che non presenta esigenze particolari e si adatta bene ai terreni di pianura, di collina preferibilmente ben esposta e di montagna.

- Propagazione

   I nuovi impianti possono essere effettuati in piena terra per seme, per trapianto di piantine da semenzaio e per divisione dei cespi; é consigliabile adottare la prima soluzione in quanto molto più economica anche se necessita di una quantità maggiore di semi.   La quantità di semi da impiegare per un ettaro di terreno varia in funzione della destinazione della coltura.

   La semina in campo si esegue in autunno o in primavera. Per rendere più conveniente la produzione ed iniziare il raccolto fin dal primo anno, le semine si possono effettuare dopo la prima metà di agosto. In un grammo si contano 3.600 semi di dragoncello.

   La varietà francese è sterile e per la sua moltiplicazione è necessario ricorrere alla divisione di cespo; da una pianta adulta di 3 anni si ottengono circa 15-20 nuove piccole piantine. La divisione dei vecchi cespi va eseguita nei mesi di marzo-aprile, quando iniziano a vegetare i giovani germogli; questi andranno poi trapiantati direttamente in pieno campo, in un terreno ben affinato, avendo cura di pressare il terreno intorno alla piantina e di interrare la stessa quasi completamente. I giovani getti ottenuti per divisione di cespo possono essere fatti radicare, già nei mesi invernali, in vaso o in appositi bancali all’interno di serre calde, eseguendo, poi, il trapianto in pieno campo nei mesi di aprile- maggio. Ottimi risultati sono stati ottenuti con la micropropagazione in vitro.

- Sesti d impianto

Se l’impianto è destinato alla produzione di seme le fila si pongono alla distanza 80-100 cm e a 40 cm sulla fila; per coltivazioni destinate all’uso erboristico o alla distillazione, invece, le fila vanno tenute alla distanza di 40 cm e sulla fila 20-30 cm. In quest’ultimo caso, per un ettaro serviranno 3 kg di seme. La semina a file è sempre da preferire a quella a spaglio.

Una tecnica studiata presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio in collaborazione con l’Azienda Regionale delle foreste della Regione Emilia Romagna, consiste nell’impianto a forma di “prato”, utilizzato per destinare il prodotto alla distillazione o all’erboristeria. Tale tecnica prevede file poste alla distanza di 40 cm fra loro mentre lungo la fila i semi vengono fatti cadere in maniera continuativa. Il seme necessario per piantare un ettaro di terreno in pieno campo con interfila di 80 cm, usando seminatrici di precisione, è di. 1,5-2 kg; da notare che nei terreni di collina e di montagna è meglio aumentare di un 20-30 % la quantità di seme. Fattore importante da tenere in considerazione è la germinabilità del seme che non sarà mai del 100%.

   Le piantine di dragoncello “francese o piemontese” vanno poste a 70-80 cm fra le fila e a 20-30 cm lungo la fila.

 

- Cure colturali

   La coltura di dragoncello richiede da 2 a 4 sarchiature annuali. Per convenienza economica, si consiglia, dopo il 4° anno di produzione, di rinnovare l’impianto, anche se la vita della coltivazione può superare i 7 anni. Il ristoppio di dragoncello è, comunque, possibile, in quanto la pianta non provoca stanchezza del terreno.

 

- Fertilizzazione

   Per la coltivazione di questa specie è importante l’apporto di letame distribuito al momento dell’aratura in quantità di 350-400 q/ha.

   A fine inverno è utile una concimazione binaria a base di azoto e fosforo in quantità rispettivamente di 70 unità e 80 unità per ettaro. Per le coltivazioni destinate alla produzione di seme e per i terreni poveri di potassio si consiglia l’aggiunta di 60-70 unità per ettaro di P2O5. L’azoto può essere distribuito anche in fase di pre-ricaccio in primavera e dopo lo sfalcio.   In linea generale, la concimazione verrà eseguita in funzione della destinazione della coltivazione: le piante destinate all’uso erboristico, alla distillazione e all’aromatizzazione richiederanno una concimazione binaria a base di azoto e fosforo; quelle destinate alla produzione di seme, invece, abbisogneranno di un concime binario a base di azoto e potassio oppure di un concime ternario nel quale prevalga il potassio, destinato ad aumentare la produzione del seme.

- Raccolta e resa

   Dalle piante di dragoncello si raccolgono le foglie e le cimette per uso erboristico, mentre la pianta intera è destinata alla distillazione e, per le varietà fertili, al seme.

   La maturazione del seme è scalare e continua per un tempo piuttosto lungo: l’esperienza suggerisce di raccogliere le pannocchie o la pianta intera destinata a dare seme quando buona parte della coltura dimostra una giusta maturazione; questo momento coincide, quasi sempre, con la prima quindicina di settembre.

   Perdite di seme durante la raccolta sono rare, per la particolare conformazione delle pannocchie. Lo sfalcio del dragoncello si esegue con motofalciatrici che tagliano le piante rasoterra o a metà altezza, asportando soltanto le pannocchie racchiudenti il seme.

   Le piante destinate all’erboristeria o all’aromatizzazione vanno tagliate in tempi diversi; per la produzione delle foglie per uso alimentare è necessario sfalciare meccanicamente il prato più volte, nel periodo compreso fra maggio e settembre. La raccolta delle sommità fiorite avviene all’inizio della fioritura, nella seconda metà di luglio, quando il contenuto in principi attivi è massimo. Per la produzione dell’essenza la raccolta della pianta avverrà poco prima della fioritura.

   La produzione di massa verde ottenuta dallo sfalcio della pianta intera è di 150-200 q/ha corrispondente a 40-50 q/ha di massa secca e a 15-20 ql di foglia secca monda. La produzione di seme è di 1,5-2 q/ha. La resa in olio essenziale è legata alle varietà impiegate, al terreno, ai vari fattori climatici. Mediamente la resa è dello 0,2-0,3%. Maggiori rese si hanno con le varietà piemontesi o francesi la cui resa sale a 0,4-0,6%.

   La resa media in olio essenziale può ritenersi quella citata dal Fenaroli: kg. 0,200-0,300 per ql. di prodotto fresco; kg. 1-1,400 per ql. di prodotto secco. La massima resa è stata ottenuta dalle piante di estragone della varietà francese (da considerarsi superiore a tutte anche dal punto di vista della qualità) che supera nella resa percentuale di olio essenziale la varietà di estragone russo. L’olio essenziale ha una colorazione variabile dal giallo pallido al giallo verde, un odore caratteristico che ricorda quelli dell’anice e della senape. La distillazione da preferirsi è quella eseguita in corrente di vapore.

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Avversità

 

   La varietà piemontese è molto sensibile alla ruggine, (Puccinia dracunculina Fahr. e Albugo tragopogonis (Pers.) Gray). A tale fenomeno sono più soggette le foglie basali della pianta e le piante poste nei fondovalle ed in pianura. I primi sintomi compaiono in luglio, in presenza di caldo umido, e si manifestano con macchie rotondeggianti brune.     Il danno diventa consistente e causa la completa distruzione delle foglie. Il prodotto con sintomi di ruggine non potrà essere destinato alla raccolta delle foglie, ma, eventualmente, alla sola distillazione.

   Si può intervenire con pratiche agronomiche scegliendo l’ambiente più idoneo (es. coltivazione in zone collinari ben esposte), praticando una rapida raccolta della pianta al verificarsi dei primi sintomi della malattia, eseguendo ampie rotazioni, ecc.

   Ricerche svolte presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio hanno dimostrato che trattamenti preventivi a base di Penconazolo o di olio di Neem possono rallentare l’insorgenza del patogeno. Sono stati riscontrati danni da nematodi e da lepidotteri ma di minima entità.

Finocchio

FINOCCHIO

Foeniculum vulgare Miller

Fam Apiaceae ( Umbelliferae)

 

Descrizione

 

   Il finocchio è una pianta erbacea perenne, di cui esistono varietà coltivate a ciclo annuale o biennale Il fusto, alto fino a due metri, è cilindrico e presenta molte ramificazioni sottili, rivestite di un sottile strato ceroso di colore verde intenso; la radice è fusiforme e ramosa. Le foglie inferiori hanno il lembo grande, tripennato con foglioline multipartite, mentre le foglie superiori presentano lacinie capillacee.   I fiori sono piccoli, fertili, giallastri, raccolti in ombrelle terminali composte e a raggi diseguali. Il frutto è formato da due acheni ovoidali striati. Fiorisce da giugno ad agosto.

   Diverse varietà di finocchio sono coltivate prevalentemente per la produzione di oli essenziali e di frutti.

Le due varietà più coltivate a scopo industriale sono:

-         il Foeniculum vulgare Miller var.dulce Miller o di Provenza, che si trova spesso allo stato subspontaneo e, annualmente, viene coltivato per la sua sensibilità al gelo.

-         il Foeniculum vulgare Miller o finocchio amaro o tedesco o sassone : cresce un po’ ovunque, è resistente al gelo e, per questo, la sua coltivazione può essere protratta per diversi anni.

 

Proprietà e impieghi

 

   Del finocchio si utilizzano i semi, l’olio essenziale e la radice.   I semi e l’essenza hanno proprietà aperitive, digestive, diuretiche, toniche generali, emmenagoghe, espettoranti, antispasmodiche mentre.la radice viene impiegata come diuretico, carminativo, aperitivo ed emmenagogo.

 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

   Il finocchio si adatta facilmente a tutti i tipi di terreno. Predilige i terreni fertili, argillosi, calcarei e facilmente irrigabili; sono da evitare i terreni alcalini, troppo secchi o troppo leggeri.

 

- Propagazione

   La tecnica più diffusa è la riproduzione delle piantine da seme. La semina può essere eseguita direttamente in campo nei mesi primaverili. Se la seminatrice è ben regolata non è necessario intervenire con azioni di diradamento delle piantine.   Si possono effettuare trapianti anche in aprile-maggio con piccole piantine preparate in vivaio durante il periodo invernale, a condizione che la semina sia avvenuta in contenitori alveolari.   Il finocchio non tollera molto bene il trapianto.

 

- Sesti di impianto

   Le distanze adottate sono legate al rigoglio vegetativo delle diverse specie e/o varietà di finocchio coltivato.

   Il finocchio amaro viene posto a 80-100 cm fra le fila e a 20cm lungo la fila. Il finocchio dolce, meno vigoroso, viene posto a 60-70 cm fra le fila e a 8-10 cm lungo la fila.

Il peso di 1000 semi di finocchio dolce è di 8-8,5 g, quello di finocchio selvatico è di 4,5-5,5 g. Nelle semine dirette in pieno campo sono utilizzati dai 4 ai 6 kg ettaro di seme.

   In alcune aziende, dove le piante raggiungono uno sviluppo modesto, viene adottato un investimento maggiore di piante per metro quadrato, riducendo le distanze sopra riportate fra le fila di 30 cm.

 

- Cure colturali

   In genere si esegue un’aratura profonda autunnale, mentre a febbraio-marzo si prepara il letto di semina erpicando e rullando.   Durante la crescita della pianta è necessario mantenere pulito il terreno dalle infestanti intervenendo con alcune sarchiature. L’irrigazione è necessaria soprattutto durante la fioritura e la fruttificazione, quando le carenze idriche possono favorire le scottature

 

- Fertilizzazione

   Sono sempre consigliati apporti di letame al momento della lavorazione principale. Per le piante che rimarranno nel terreno per più anni possono essere apportati 200-250 q/ha di letame maturo. Fosforo e potassio si possono somministrare al momento dell’aratura o della preparazione del letto di semina. Il finocchio reagisce sempre positivamente all’apporto di fosforo. Si possono apportare all’impianto 120-150 kg/ha di P2O5 e 80 kg/ha di K2O. L’azoto viene invece somministrato in quantità di 50-60 kg/ha alla ripresa vegetativa della pianta; è consigliabile non superare le dosi di 80 kg/ha di azoto, poiché si rischia di favorire un esagerato sviluppo vegetativo a scapito della fruttificazione. Una grande quantità di fosforo favorisce, invece, la formazione di frutti.

 

- Raccolta e resa

   La raccolta viene effettuata in epoche diverse in funzione della destinazione della coltura. Se la pianta coltivata è destinata alla produzione di foglie, si eseguono 2 sfalci, uno in luglio ed uno in settembre.   La raccolta dei frutti si esegue durante il secondo anno di coltivazione, alla maturazione degli stessi, o quando questi hanno raggiunto una colorazione giallo-scuro. La raccolta si effettua, quasi sempre, nel mese di settembre.

   Si segnalano casi in cui viene fatta in campo una prima essiccazione, seguita da battitura, necessaria per separare i frutti dal resto della pianta. La raccolta può essere praticata anche in campo con mietitrebbiatrice .

   Dopo la raccolta il prodotto viene essiccato e setacciato per separare i frutti da eventuali impurezze.   In erboristeria sono utilizzate anche le radici la cui raccolta è fatta meccanicamente alla fine del periodo vegetativo.

   Buona parte della produzione dei frutti di finocchio è destinata alla distillazione per la produzione di olio essenziale.In questo caso il momento migliore per la raccolta si verifica quando i frutti hanno raggiunto la maturazione cerosa. Causa i costi elevati di raccolta e separazione dei frutti, la raccolta si esegue sfalciando il terzo superiore della pianta e la distillazione viene effettuata utilizzando l’intera pianta entro poche ore dalla raccolta per evitare fermentazioni all’interno della massa. La resa varia a seconda che si tratti di finocchio dolce o amaro.

   La produzione in foglie fresche è di 80-100 q/ha; il prodotto essiccato si riduce a 15-20 q/ha. La produzione sarà più elevata per le piante di finocchio amaro rispetto al dolce. La produzione media di frutti può variare dai 15 q/ha per il finocchio dolce ai 20 q/ha per il finocchio amaro.

   Alla distillazione i frutti forniscono un 4-5% di essenza di qualità variabile.

   Il finocchio dolce produce dai 35 ai 70 Kg/ha di essenza, mentre quello amaro dai 70 ai 140 Kg/ha .

 

Avversità

 

   I marciumi che colpiscono semi e piantine, impedendone la germinazione o distruggendo le piantine stesse, sono provocati da diversi parassiti del terreno, per lo più di origine crittogamica.

   Se durante la fase vegetativa, in particolare all’epoca di emissione dello scapo fiorale, il tempo è secco, si nota un ingiallimento dei gambi. Osservando più attentamente alcune macchie gialle, si possono notare anche dei funghi che, crescendo, possono impedire la circolazione della linfa seccando i gambi e compromettendo la formazione dei frutti. Responsabile di questa fitopatia è la Cercospora sanicula, favorita da stagioni calde e secche.

   A livello dei semenzai sono stati riscontrati attacchi di Bourletiella hortensis Fitch., i cui danni sono arrecati sulle foglie con erosioni rotondeggianti. Danni a carico della vegetazione si sono verificati in seguito alla presenza di Lygus kalmi L., Lygus pratensis L., Lygus rugulipennis Poppius; a carico di afidi, in seguito alla presenza di Dysaphis apiifolia Theobald le cui colonie localizzate alla base delle ramificazioni provocano notevoli danni, se numerose; Hyadaphis foeniculi Passerini, Cavariella aegopodi Scopoli. Vistosi deperimenti vegetativi sono causati dalle larve di alcuni lepidotteri, la Depressaria nervosa Haworth e la Depressaria marcella Rebel. Danni a carico della foglia possono essere causati da un tortricide, l’Argyrotaenia pulchellana Hawort; un imenottero, il Sistole albipennis, colpisce i semi arrecandovi gravi danni I parassiti che colpiscono le ombrelle sono: Protomyces macrosporus Ung., Emericella foeniculicola Berk. et Br., Depressaria chaerophylli Zell, Cercosporidium punctum (Lacroix) Deighton..Il marciume dell’apparato radicale è spesso causato da Rhizoctonia violacea Tul.   I parassiti che colpiscono foglie e steli sono: Uromices graminis, Cercospora canicola Suth., Fusicladium depressum (Berk. et Br.) Sacc., Ramularia foenicoli Sibilia, Phoma longissima (Pers.) West, Plasmopora nivea (Ung.) Schroet, Depressaria nervosa Haw., Sclerotinia sclerotium de By e Phytophtora syringae Kleb. Si segnala, inoltre, la presenza del Papilio machaon L. spesso causa di trasmissione di virosi.

   Tra i batteri si ricorda l’Erwinia caratovora, che provoca il marciume basale, e lo Pseudomonas, che provoca le striature sugli organi.

   Fra gli insetti che maggiormente colpiscono le piante, ricordiamo il Colacoris norvegicus, che ritroviamo su foglie e gemme; il Graphosoma linneota, su fiori e frutti in fase lattea, e il Lepidottero presente su foglie e giovani steli.

Calendula

Scheda

CALENDULA

Calendula officinalis L.

Fam.Asteraceae (Compositae) 

Descrizione

La calendula è una pianta erbacea annuale o biennale, alta 40-50 cm, ricoperta da peli   scabri e ghiandole, con fusto eretto ramificato. Le foglie sono alterne, lanceolate, a margine dentato o intero e munite di una ghiandola nera all’apice di ogni dente. Le foglie basali hanno dimensioni maggiori rispetto alle superiori. I fiori sono riuniti in capolini di colore giallo-arancio. Ogni capolino è formato da pochi fiori tubulari al centro e da numerosi fiori ligulati all’esterno. Il frutto è un achenio ricurvo.

Proprietà ed impieghi

La calendula ha proprietà antinfiammatorie, lenitive cicatrizzanti, coleretiche e vulnerarie. Per uso esterno è utilizzata sottoforma di infuso, pomate o tinture.trova impiego in campo farmaceutico, cosmetico, ed erboristico. 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

La calendula si adatta facilmente a quasi tutti i tipi di terreno, prediligendo quelli di medio impasto, profondi, fertili e ricchi di sostanza organica. Cresce facilmente nei climi temperati caldi.

- Propagazione

La calendula si riproduce da seme. La semina si esegue direttamente in pieno campo, all’inizio della primavera (aprile-inizio maggio) o in settembre-ottobre. E’ possibile eseguire la semina in semenzai in gennaio-febbraio e trapiantare le piantine in aprile, ma questa operazione non sempre si rivela economicamente conveniente. Il seme germina con grande facilità. Il peso di 1000 semi è di 7-8 g. Per seminare un ettaro di calendula sono necessari 2-3 kg di seme. La semina può essere eseguita facilmente a macchina dopo opportuna regolazione.

- Sesti d’impianto

La densità ottimale, più spesso adottata nelle coltivazioni, è di 6 piante per m2. Densità maggiori determinano una riduzione delle dimensioni dei capolini e di conseguenza una diminuzione delle rese. Le piante vengono poste alla distanza di 60-80 cm fra le fila e di 20-25 cm lungo la fila. Praticando la semina diretta in campo, è necessario, a volte, un intervento di diradamento delle piantine nate troppo fitte.

- Cure colturali

Il terreno prima della semina va preparato accuratamente, controllando di non lasciarlo troppo grossolano.

Per la lotta alle malerbe sono quasi sempre necessarie due o tre interventi di scerbatura   manuale e due sarchiature a macchina.

Al momento del trapianto delle piantine è necessario praticare un’ irrigazione subito dopo la messa a dimora in campo.

La calendula è una pianta che ha esigenze di elementi nutritivi, in particolare di fosforo e potassio. Si consigliano apporti prima della semina pari a 80-90 unità ad ettaro. Valori più bassi di azoto possono ridursi a 35-40 unità ad ettaro per un terreno ben letamato

Raccolta e resa

La raccolta dei capolini di calendula si esegue manualmente, in quanto in commercio non esistono macchine per la raccolta. La maturazione dei capolini è scalare, spesso servono anche 5 interventi distanziati di 4-6 giorni per raccogliere tutti i capolini in fioritura. La raccolta avviene in maggio-giugno, se la semina è stata eseguita prima dell’inverno, e in luglio-agosto per quelle primaverili. I capolini, appena raccolti, dovranno essere posti velocemente in locali adibiti ad essiccatoio ed essiccati il più rapidamente possibile per non rischiare alterazioni del contenuto di carotenoidi e flavonoidi. La resa per ettaro si aggira intorno ai 70 q per capolini freschi e a 30-35 q dopo essiccamento.

Avversità

La pianta di calendula non è particolarmente soggetta a parassiti e a patogeni. Sono stati riscontrati attacchi di Erysiphe cichoracearum DC., responsabile del “mal bianco” delle foglie, e di Entyloma calendulae (Oud.) de By., responsabile delle carie o carboni della foglia; inoltre, Alternaria calendulae Nees e Cercospora calendulae Sac. che provocano danni all’apparato fogliare.

Fra gli insetti è possibile riscontrare attacchi da parte di Phytomiza atricornis Meig., un dittero minatore, la cui larva scava sulle foglie una mina lunga e serpentiforme che si ingrossa e raggiunge dimensioni di 6-8 mm di lunghezza; se il numero delle mine è elevato le foglie ingialliscono. Il danno può essere maggiore se sono colpite le giovani piantine, sulle quali la puntura dell’ovodepositore e l’alimentazione causano necrosi dei tessuti. Il Brachycaudus helichrysi Kaltenbach, o afide verdastro, la cui pericolosità maggiore riguarda la veicolarità di virus in particolare il virus Y della patata. Bemisia tabaci Gennadius vettore del CMV, l’Aphis fabae Scop. e Myzus persicae Sulz,   che provocano in alcuni casi l’arresto dell’accrescimento dei germogli oppure il semplice accartocciamento delle foglie.

Camomilla Romana

Scheda

CAMOMILLA ROMANA

Anthemis nobilis L. (sin. Chamaemelum nobile)

Fam Asteraceae (Compositae)

 

Descrizione

 

   La camomilla romana è una pianta erbacea poliennale con fusto ramificato, debole e con portamento prostrato e raggiunge un’altezza massima di 30-40 cm. Le foglie, di forma appuntita, sono delle lacinie sottilissime e brevi. I fiori, riuniti in capolini di 2-3 cm di diametro sono di colore giallo e di forma tubolare al centro, di colore bianco e ligulati all’esterno con forte odore aromatico.

   Il capolino della varietà coltivata, ottenuta per selezione massale della spontanea detta “ a fiori doppi”, è grande, doppio, completamente bianco e con fiori sterili mentre il centro dell’infiorescenza della spontanea è costituito da fiori gialli La camomilla inglese, o camomilla nobile, < non sono sinonimi della romana??? Non è la stessa?> ha fiori fertili e produce frutti (acheni) allungati, globosi di colore verdognolo. Fiorisce da giugno ad agosto.

La camomilla romana <“romana” in questo caso significa superiore: vale la pena dirlo??> è usata essenzialmente nell’industria liquoristica ed in erboristeria.

 

Proprietà e impieghi

   La camomilla romana ha proprietà terapeutiche e indicazioni simili a quelle della Matricaria ma con attività più blanda; sembra manifestare peraltro una più spiccata azione emmenagoga.

       Essa ha un aroma più fine e spiccato rispetto alla camomilla comune, e per questa caratteristica viene impiegata in campo liquoristico.

   L’olio essenziale viene usato in cosmetica per la preparazione di creme e soluzioni schiarenti per capelli. Per uso topico applicato su rossori e infiammazioni cutanee esercita un'efficace azione sedativa.

 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

   La camomilla romana predilige i terreni freschi (da moderatamente asciutti, fino ad umidi) e non ama quelli aridi, compatti e a reazione acida (pH 3,5- 5,5). Essa vive su terreni sciolti, sabbiosi, ricchi di scheletro e ben drenati, predilige quelli minerali con scarso contenuto di azoto e di humus.

La camomilla romana è una pianta termofila , eliofila, nell’ambito di climi “oceanici” a inverno mite e a buona umidità nell’aria. Vuole stazioni non troppo esposte ai venti, non sopporta le stagioni calde e asciutte prolungate, e i fiori temono l’umidità notturna.

   La coltura abbisogna di molte irrigazioni , effettuate soprattutto prima della fioritura o dopo la raccolta dei capolini.

- Propagazione

   La varietà coltivata è sterile e si moltiplica per divisione di cespo. I rametti della pianta madre, al termine della stagione vegetativa dopo la caduta dei capolini, nel loro tratto strisciante emettono delle radici, poco sviluppate alla fine della stagione vegetativa, ma che rinvigoriscono alla ripresa affrancando così la nuova piantina. Da un ceppo vecchio si possono ottenere 30-40 nuovi individui. Le nuove piantine possono essere trapiantate ad ottobre oppure a gennaio- marzo. Il trapianto prima dell’inverno ha come vantaggio l’entrata in piena produzione dell’impianto nel primo anno, ma in questo caso occorre trapiantare mazzetti di 3-4 piantine per avere la certezza di un buon attecchimento. Nel trapianto post invernale le piantine vengono messe a dimora singolarmente senza rischio di fallanze e la coltivazione raggiunge la massima produzione solo al secondo anno.           La scelta del periodo di trapianto dovrà essere fatta in base alla fertilità del terreno, all’avvicendamento colturale, alle possibilità di manutenzione e di diserbo ecc.. Molte aziende francesi e piemontesi adottano il ciclo annuale della coltura; per terreni marginali si consiglia di allungare il più possibile il ciclo di coltivazione, in quanto la specie concorre alla stabilità dei terreni e quindi la coltura può essere mantenuta anche per tre anni.

 

- Sesti di impianto

   Il sesto di impianto per la camomilla romana è di 70/90 cm tra le file e di 20- 80 cm sulla fila; la scelta delle distanze dipende dalla possibilità di meccanizzazione. Le piante sopportano bene l’eventuale azione di calpestamento delle macchine operatrici. L’impianto può essere eseguito a macchina, mediante trapiantatrici a pinze, o a mano nei terreni marginali. Il rendimento, in quest’ultimo caso, è basso e dalle prove effettuate presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio sono stati riscontrati rendimenti medi di 100-120 piantine all’ora per unità lavorativa.

 

- Cure colturali

   Le cure colturali si limitano ad opportune sarchiature interfila per eliminare le erbe infestanti, la crosta superficiale e interrompere la capillarità del terreno. Le lavorazioni troppo profonde sono da evitare per non permettere alle radici di affondare eccessivamente. Necessari sono, invece, gli interventi di scerbatura manuale delle infestanti lungo la fila. La lotta alle infestanti può essere eseguita con erbicidi in pre-trapianto, impiegando Trifluralin alla dose di 1 kg/ha e Propizamide alla dose di 2 kg/ha mentre in post trapianto si può impiegare Propizamide sempre alla dose di 2 kg/ha. Prima del riccaccio si può usare il Linuron alla dose di 0,6 kg/hi. La pacciamatura è sconsigliata in quanto non permette ai nuovi stoloni di radicare nel terreno.

   Nelle annate con estate molto siccitosa si potrà intervenire con alcune irrigazioni da eseguirsi per infiltrazione laterale o per scorrimento, evitando l’uso di irrigatori a pioggia che danneggiano i capolini rendendoli scuri prima della completa maturazione.

 

- Fertilizzazione

   La camomilla romana predilige terreni minerali con poco humus e scarsamente fertilizzati, inoltre l’azoto favorisce la produzione dell’apparato vegetativo a scapito di quello dei capolini. Nel caso che la coltura rimanga in campo due anni, si consiglia l’apporto di 100-150 ql/ha di letame maturo al momento della lavorazione principale e di 120-150 kg/ha di P2O5 e di 100-150 kg /ha di K2O al trapianto o durante l’ultima lavorazione del terreno. L’apporto di azoto sarà pari a 50-80 kg /ha e andrà somministrato in parte durante la ripresa vegetativa e in parte nei mesi successivi.

- Raccolta e resa

   La difficoltà più grossa che si incontra nella coltivazione della camomilla romana è la raccolta dei capolini in quanto ancora oggi non esistono in commercio macchine che consentano di ottenere un risultato totalmente soddisfacente in tal senso.

   Più semplice è invece la raccolta di tutta la parte epigea (fusto, fiori e foglie) destinata alla distillazione. La raccolta dei capolini si esegue quando le infiorescenze non sono ancora completamente schiuse cioè, quando i capolini sono di un bel colore bianco candido. La fioritura può durare a volte anche più di un mese, di conseguenza la raccolta deve essere eseguita in più passaggi.

   La raccolta dei fiori deve essere fatta quando è scomparsa la rugiada; la raccolta di capolini umidi, infatti, pregiudica l’essiccamento rendendo il capolino scuro. Nelle prove di raccolta manuale dei capolini fatta al Giardino delle Erbe di Casola Valsenio durante le sperimentazioni condotte dalla ex –ARF ER, per raccogliere 1 kg di capolini (peso secco) sono state necessarie due ore di mano d’opera.

   Il prodotto destinato alla distillazione viene sfalciato a fine fioritura con barre falcianti, caricato su carrelli e portato al distillatore. La distillazione si esegue nella maggior parte dei casi con il prodotto fresco appena sfalciato oppure appassito. La distillazione si può effettuare anche sul prodotto essiccato riducendo la convenienza dell’operazione. La scelta sarà ovviamente legata all’organizzazione aziendale ed alle condizioni climatiche al momento della raccolta.

   La produzione di massa verde e capolini ottenibili con uno sfalcio dipende essenzialmente dall’andamento meteorico o dalle possibilità di irrigazione, dalle epoche di impianto preinvernale o primaverile ed altri fattori. Eseguendo l’impianto eseguito in primavera si possono avere produzioni al 1° anno di 100 q/ha di massa verde e al 2° anno di 200 q/ha. La produzione di capolini con l’impianto in produzione è variabile dai 30 ai 50 q /ha di materiale fresco e di 10-15 q/ha di prodotto secco con un calo fresco secco di 3/1.

   La resa in olio essenziale della pianta intera è dello 0,18-0,19 %, quello dei soli capolini è di circa lo 0,4 %. La differenza dell’olio essenziale ottenuto dai soli capolini o da quello della pianta intera non è rilevante anche se nelle valutazioni olfattive viene apprezzato maggiormente l’olio ottenuto dai soli capolini per il colore più chiaro e per il migliore aroma.   Considerando che la resa in olio essenziale dei soli capolini è dello 0,4 %, che il peso dei capolini è ¼ della pianta intera, qualora la raccolta venga eseguita manualmente si sconsiglia la distillazione dei soli capolini.

   La resa in olio essenziale della pianta secca è dello 0,5 % con un calo fra pianta verde e secca di 3/1. Il rendimento percentuale non varia tra prodotto fresco e secco.

Alla fine della distillazione della camomilla romana e della camomilla matricaria e, prima di iniziare la distillazione di una nuova essenza, è sempre consigliato pulire bene il distillatore.

 

Avversità

   La camomilla romana è una pianta rustica e poco soggetta a patologie e parassiti. Sono comunque stati riscontrati attacchi di Albugo tragopogonis (Pers.) Gray, agente della ruggine bianca dei crisantemi che si presenta con pustole biancastre su foglie, cauli e peduncoli fiorali. Questa ruggine ha alcuni ospiti intermedi quali lo stoppione, la cicerbita, la barba di becco che andranno ovviamente eliminati nei pressi della coltura. Inoltre, è importante ricordare l’Actinomyces alnus, agente del marciume radicale, e la fusariosi che causa danni all’apparato radicale; alcuni insetti quali la mosca del crisantemo, Phytomiza atricornis Meig, che attacca i capolini e le foglie con necrosi dei tessuti; alcuni emitteri come l’Eupteryx atropunctata Goeze, l’Aphis fabae Scip., la Gueriniella serratulae F. che parassitizzano l’intera parte aerea.

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