Il giardino delle erbe - Casola Valsenio - il paese delle erbe e dei frutti dimenticati

Schede Coltivazione Piante

Timo

 

TIMO COMUNE

Thymus vulgaris L.

Fam. Lamiaceae ( Labiatae)

 

Descrizione

 

   La pianta di timo è un piccolo arbusto perenne, originario delle zone occidentali del bacino del Mediterraneo; in Italia cresce spontaneo nelle regioni occidentali, fino al Lazio, dove è possibile trovarlo su prati aridi fino alla bassa montagna. E’alta fino a 40 cm, ramificata, con rami inferiori ascendenti che spesso radicano, presenta foglie lanceolate a margine intero, revolute e di colore verde cenerino, lunghe 5-8 mm., i piccoli fiori hanno corolla rosea o biancastra e fioriscono in maggio-giugno. Tutta la pianta emana un odore aromatico gradevole.

Allo stato spontaneo esiste il Thymus serpillum L., pianta erbacea a fusti striscianti, radicanti, con foglie ellittiche e fiori simili al timo comune, ma con profumo più debole. Altre specie importanti sono il T. capitatus, il T. albus, il T. citriodorus e altri.

 

Proprietà e impieghi

Il timo ha proprietà antisettiche, purificanti, stimolanti, aromatizzanti, profumanti, digestive, carminative, diuretiche, digestive,balsamiche. Trova impiego come decotto, unitamente ad altre piante, per inalazioni per l’apparato respiratorio e per combattere le fermentazioni intestinali, come colluttorio per gargarismi per disinfettare il cavo orale. Viene utilizzato dall’industria alimentare, cosmetica, farmaceutica e liquoristica. Le sue proprietà aromatiche ed antisettiche ne fanno una pianta molto utile per la conservazione dei cibi.

 

Tecniche colturali

 

- Terreno e ambiente

Il timo si adatta facilmente a tutti i tipi di terreno, anche se predilige i terreni calcarei e leggeri, ben soleggiati; sopporta male i terreni pesanti e mal drenati, sui quali sopravvive pochi anni. Non tollera inverni umidi e freddi; sopporta male le temperature prolungate al disotto dei –15°C e le escursioni termiche molto elevate all’inizio della primavera, con minime molto al disotto dello zero.

- Propagazione

Il timo viene coltivato per 4-6 anni ma esistono impianti di 10 anni ancora produttivi. Le piante troppo vecchie di timo sopportano male i tagli alla base del fusto soprattutto se questo taglio non è stato effettuato periodicamente una volta all’anno.

   Il timo si moltiplica per talea in primavera inoltrata o in agosto. La moltiplicazione permette di ovviare al fenomeno della disgiunzione dei caratteri, soprattutto se si parte da un’unica pianta madre, e di ottenere impianti perfettamente uniformi come sviluppo vegetativo e tempo di fioritura. Le talee, lunghe 6-10 cm, si prelevano da piante sane, di età compresa fra i 2 e i 4 anni, con buon vigore vegetativo. La tecnica più diffusa è la riproduzione mediante l’impiego del seme, inoltre, se si dispone di seme geneticamente uniforme, la semina è preferibile alla talea e si effettua in semenzali tra giugno e inizio agosto, mentre il trapianto delle piantine, in pieno campo, verrà effettuato nel periodo autunnale o all’inizio della primavera successiva.

   Nei mesi primaverili è possibile eseguire la semina in pieno campo avendo cura di non interrare troppo il seme; in questo caso è necessario, disporre di un buon letto di semina con terreno ben affinato. Se la semina in campo avviene oltre la metà di aprile e in un periodo di siccità saranno necessarie alcune irrigazioni fino a quando le piantine non siano alte almeno 5-6 cm. La semina in campo permette di ridurre le spese di messa a dimora, e di avere comunque una buona germinabilità e poche fallanze, in quanto il seme di timo germina molto bene (oltre l’80 %).

   Spesso è necessario intervenire per diradare le piantine troppo fitte e fare interventi manuali di lotta alle infestanti per proteggere le piantine ancora troppo piccole.

   Per 1-2 metri quadrati di semenzaio si impiega un grammo di seme, e circa 60 m2 sono sufficienti per impiantare un ettaro di timo; il tempo di germinazione oscilla fra i 15 e i 20 giorni e frequenti irrigazioni facilitano le germinazioni. Il seme, soprattutto se è dell’annata, può essere seminato in semenziera senza essere interrato e coperto da una rete ombreggiante, in questo modo la germinazione può avvenire anche solo in 5-7 giorni.

- Sesti d’impianto

   I sesti di impianto da adottare sono di 50-70 cm. fra le file e di 20-30 cm. sulla fila. Negli impianti per la produzione del seme sarà bene adottare densità minori al fine di aumentare la fertilità dei fiori; grandi densità di piante, infatti, portano ad un aumento della sterilità dei fiori maschili.

 

- Cure colturali

   Fra le cure colturali da eseguire le sarchiature sono le principali. Il timo, grazie al suo rigoglio vegetativo, riesce a contenere le infestazioni delle erbacce, ad eccezione dei primi due anni di coltivazione.

- Fertilizzazione

All’impianto sarà bene apportare 300-400 q./ettaro di letame da interrare con l’aratura. Si potranno poi apportare anche 50-60 kg./ettaro di azoto, fosforo e potassio. Negli anni successivi basteranno 50 kg. di azoto in primavera. Il timo viene comunque considerata una pianta poco esigente in fatto di concimazione.

- Raccolta e resa

   La raccolta si esegue sfalciando le piante in piena fioritura per la distillazione e all’inizio della fioritura per uso erboristico. Lo sfalcio della pianta dovrà essere eseguito a qualche centimetro da terra (3-5 cm), per evitare che un taglio troppo basso comprometta il ricaccio e uno troppo alto porti a perdite di prodotto.Normalmente si esegue un solo sfalcio all’anno, ad eccezione delle zone a clima mite, con piovosità estive, dove si riesce ad avere un secondo raccolto ad agosto-settembre , per la distillazione.

   La prima fioritura del timo si ha nei mesi di maggio-giugno, la seconda, dopo lo sfalcio in settembre. La pianta richiede un periodo di tempo, dopo il taglio, sufficiente per ricacciare ed accumulare sostanze di riserva allo scopo di un miglior superamento dei rigori invernali.

Il timo raggiunge il suo massimo di produzione al terzo anno di impianto, iniziando con produzioni di 40-50 ql/ha al secondo anno di coltivazione, e arrivando fino ad un massimo di 70-100 q ettaro di pianta fresca nei successivi 3-4 anni; discende poi a 20-30 q ettaro negli anni successivi. Si calcola nei vari anni di produzione una media di circa 60-70 q./ettaro con una resa in secco del 30-35%.

   Il prodotto erboristico finito è rappresentato dalle foglie monde; tale destinazione porta ad un ulteriore calo di materiale utilizzato, fino ad arrivare ad un 22-24% di sole foglie sulla massa totale. Il rapporto foglie/fusti è di 1/5.  

   La resa in olio essenziale della pianta fresca è dello 0.5-0,8%; molto raramente si raggiunge o si supera l’1%; sul materiale secco si possono avere anche rese del 4-5%. La distillazione del prodotto secco non è molto conveniente in quanto richiede un dispendio di energia elevato per l’essiccazione del timo e di conseguenza dei costi aggiuntivi.

Avversità

   Le principali patologie riscontrate sul timo sono l’Alternaria oleracea Milb. che danneggia i frutti; la Puccinia Menthae Pers., l’Aecidium Thymi Fuck. e la Thyelauia Microspora Apinis che attaccano le foglie. Vi sono poi alcuni insetti minatori fogliari; le larve di un lepidottero (tortrix pronubana Hb) e un nematode (Meloidogyne Haple Chitwood) che danneggiano l’apparato ipogeo. I sintomi si manifestano con scarsa vigoria ed ingiallimento delle parti aeree. A livello radicale si ha la comparsa di galle.

   Nella lotta alle infestanti si ottengono buoni risultati utilizzando in fase di pre-trapianto il propyzamide (1,5 kg./ettaro) o l’oxadiazon (2 kg./ettaro), in fase di post-trapianto, il lenacil (0,6 kg./ettaro) il linurun (0,5 kg./ettaro) e il monolinuron (1,5 kg./ettaro).

Tiglio

 

TIGLIO

Tilia platyphyllos Scop.

Tilia cordata Mill.

Fam. Tiliaceae

Descrizione

 

   Il tiglio è un albero a foglia caduca, che raggiunge un’altezza anche di 30 metri con corteccia scura e solchi longitudinali rossastri lungo il tronco. Le foglie cuoriformi, glabre sulla pagina superiore e su quell’inferiore, hanno peli bruni agli angoli delle nervature, la lamina fogliare ha il margine seghettato, l’apice acuminato e il picciolo glabro. I fiori di colore giallo-verdognolo, compaiono in giugno-luglio, hanno un’intensa profumazione e sono riuniti in infiorescenze corimbose pendule, con il peduncolo inserito in un’ampia brattea che funge da “paracadute” una volta che i frutti sono maturi, favorendone la disseminazione. I frutti sono sferici con pericarpo fragile e costolatura appena visibile.

Il Tilia platyphyllos differisce dal T. cordata per la colorazione dei peli all’angolo delle nervature della lamina fogliare e per il picciolo pubescente. Le infiorescenze portano 2-5 fiori, i frutti hanno costolatura sporgente.

 

Proprietà e impieghi

   I fiori di tiglio hanno proprietà antinfiammatorie, spasmolitiche sedative, diaforetiche ed ipotensive.

 

Tecniche colturali

- Terreno ed ambiente

   Cresce spontaneo in tutta Europa nei boschi di latifoglie di pianura e di collina da 0 a 1400 m. s.l.m., predilige terreni freschi, profondi, ben umificati, con pH tendenzialmente acido.

- Propagazione

   Le nuove piante si possono ottenere da seme, da talea da pollone di ceppaia. La semina si esegue alla fine dell’inverno o in primavera in semenzai all’aperto o in vaso.

   Per facilitare la germinazione dei semi, spesso duri e lenti a germinare, occorre intervenire con stratificazione per 4-5 mesi a temperatura di 25-27 °C e poi per lo stesso periodo a 2°C. Un’ altra tecnica consiste nel trattare i semi con acido nitrico concentrato per circa un’ora e mezzo-due, quindi, occorre lavarli, asciugarli e successivamente immergerli per circa 15 minuti in una soluzione di acido solforico concentrato per intaccare il tegumento seminale, interrandoli successivamente per 4 mesi a 2°C.

   Se possibile, conviene raccogliere i semi direttamente dalla pianta, e questa operazione va eseguita quando i tegumenti seminali iniziano a virare al bruno.

   L’immediata messa in semenzaio accelera il momento della germinazione, permettendo di avere piccole piantine pronte per la messa a dimora in vivaio già nell’autunno successivo.

   La moltiplicazione per talea semilegnosa si esegue impiegando i polloni che crescono alla base dell’albero. La capacità di radicare dei polloni è molto elevata e su questi è possibile eseguire anche delle margotte. Nella fase di radicazione delle giovani piantine, sarà importante apportare acqua frequentemente distribuendola anche per nebulizzazione. Sulle giovani piante di tiglio è possibile intervenire con l’innesto per ottenere piante omogenee o di varietà particolari.

- Sesti d’impianto

   Nelle coltivazioni sperimentate presso l’ITAS Scartabelli di Imola e presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio, le piante di tiglio sono state poste alla distanza di 4,5 metri fra le fila e di 3 metri lungo la fila.

 

- Cure colturali

   Le piante richiedono alcuni interventi di spollonatura al fine di eliminare i numerosi polloni di ceppaia che si sviluppano durante l’anno. Durante la crescita occorrerà intervenire con piccoli tagli o legature sui nuovi rami, per garantire un corretto sviluppo della pianta, conferendole la forma desiderata di fusetto libero. Alcune sarchiature sono sufficienti per eliminare le infestanti. Nei mesi invernali si dovrà intervenire con una potatura che ha il compito di contenere le dimensioni della pianta ed eliminare i numerosi polloni aerei sviluppatisi nell’estate.

- Fertilizzazione

   L’apporto di sostanza organica all’impianto in quantità di 400 q/ha viene effettuato prima della lavorazione principale. Possono essere apportati piccoli quantitativi di azoto o un concime ternario in quantità di 60-70 unità/ha alla ripresa vegetativa.

 

- Raccolta e resa

   La raccolta delle infiorescenze avviene all’inizio della chiusura dei fiori. La raccolta si esegue normalmente a mano staccando con il fiore la brattea. Nelle prove in corso al Giardino delle erbe di Casola Valsenio e presso l’ITAS Scartabelli di Imola, la raccolta dei fiori è stata eseguita con l’aiuto di carri raccolta che agevolava lo stacco dei fiori nei rami più alti della pianta. Le piante coltivate sono mantenute ad un’altezza massima di 3,5- 4 metri; in questo modo si facilita la raccolta dei fiori, evitando al raccoglitore, i rischi di caduta dalle scale aumentando la resa per unità operativa. Il prodotto che si ottiene è di ottima qualità. La raccolta dei fiori dovrà essere eseguita in breve tempo in quanto la fioritura è molto breve, soprattutto nelle specie “ americana e platyphyllos”. Con questa tecnica la capacità di raccolta di una persona è tripla rispetto alla raccolta con l’ausilio di scale. Le prove sono ancora in corso ma si possono riportare valori di circa 8-9 kg di fiori freschi ad ora per ogni raccoglitore.

Avversità

   Fra i parassiti che possono provocare danni al tiglio si ricorda: l’Eucallipterus tiliae Linnaeus o afide verde del tiglio. Infesta le foglie con la sua attività di suzione, provocandone il disseccamento e la caduta anticipata. La notevole melata prodotta dall’afide verde, imbratta le foglie del tiglio fino a sporcare quanto si trova sotto la pianta. L’Eulecanium tiliae Linnaeus è una cocciniglia che infesta i rami e le foglie, con deperimenti vegetativi e imbrattamento da melata alla vegetazione. L’Eupulvinaria hydrangeae Steinweden, una cocciniglia diffusa soprattutto nelle regioni centro settentrionali dell’Italia, infesta le foglie nella pagina inferiore ed i rametti giovani già a partire dai mesi di marzo-aprile. Il Phyllobius oblongus L. provoca, invece, erosioni a carico delle foglie e dei fiori divorando la corolla, gli stami e il pistillo.

Santoreggia Annuale

SANTOREGGIA ANNUALE

Satureja hortensis L.

Fam. Lamiaceae (Labiatae) 

Descrizione

La santoreggia annuale è un suffrutice alto 40-60 cm, con fusti eretti, leggermente pubescenti. Le foglie sono opposte, sessili, allungate, con margini ciliati, coriacee, lucide. L’apparato radicale, di consistenza legnosa, è fascicolato.   La S.hortensis ha forte odore aromatico se stropicciata e sapore amarognolo, con fusti eretti leggermente pubescenti. Le foglie sono opposte, sessili, allungate, con margini ciliati, coriacee, lucide; i fiori, di color rosa pallido, portati all’ascella delle foglie, sono riuniti in glomeruli a formare infiorescenze apicali, hanno calice tubuloso formato da cinque denti e corolla bilobata con labbro superiore eretto e quello inferiore a tre lobi. La fioritura avviene in piena estate.   Il frutto è un tetrachenio con cocchi ovoidali lisci. E’ originaria dell’Europa centrale e meridionale, dell’Africa settentrionale e dell’Asia.; cresce spontaneamente nelle località di montagna fino a 1500 m sul livello del mare, in Italia cresce nei luoghi sassosi, calcarei e ben esposti, dove vive per anni.

Proprietà e impieghi

La santoreggia annuale ha proprietà profumanti, aromatizzanti, digestive, HotwordStyle=BookDefault;   carminative, antispasmodiche, stimolanti e cicatrizzantiHotwordStyle=BookDefault; HotwordStyle=BookDefault; . Per uso interno è impiegata per favorire la digestione. Per uso esterno trova impiego nella cura delle piccole ulcere della bocca e nel mal di gola.. Viene utilizzata in cucina per l’aromatizzazione di carni, di verdure, di aceti e nell’industria liquoristica e cosmetica; inoltre bagni e pediluvi a base di santoreggia tolgono la stanchezza purificano e deodorano. 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

La pianta si adatta facilmente a tutti i tipi di terreno , ma le maggiori produzioni si sono ottenute in suoli fertili e ben dotati di sostanze organiche. La preparazione del letto di semina deve essere particolarmente accurata.

- Propagazione

La propagazione si attua esclusivamente per seme; il peso di mille semi è di 0,25-0,30 g. A causa delle dimensioni non è possibile la semina meccanica a righe, in quanto deve esistere una certa spaziatura tra le piantine quindi, verrà eseguita più o meno anticipatamente, a seconda delle dotazioni aziendali, per poi fare il successivo impianto in maggio.La semina viene effettuata in pieno campo con seminatrice meccanica previa confettatura del seme; questa operazione viene eseguita per aumentare le dimensioni e riuscire in tal modo a ottenere una giusta densità da distribuzione. Si calcola che siano sufficienti quantitativi di 2-2,5 Kg/ha di seme. La germinazione e la successiva comparsa delle piantine avviene nell’arco di 10-15 giorni. La germinabilità del seme è sempre buona.

- Sesto d’impianto

Tra le file le distanze possono variare da 40-60 cm, sulle file sono sufficienti 10-15 cm.

- Fertilizzazione

Mediamente si apporta azoto nel valore di 60-80 unità, P2O5 nel valore di 40-60 unità e K2O nel valore di 40-50 unità. Per il primo elemento la quantità deve essere ripartita tra l’impianto e la fase di fine affrancamento.

- Cure colturali

Consistono in due sarchiature per eliminare le infestanti e in interventi irrigui da eseguirsi in casi di necessità.

- Raccolta e resa

Quando il prodotto è destinato alla produzione di olio essenziale o ad altri impieghi erboristici, la pianta si raccoglie nel mese di agosto e coincide con la fase finale della fioritura. Se invece si intende utilizzare il prodotto per l’estrazione di composti fenolici la raccolta deve essere eseguita subito prima della fioritura.

La raccolta si effettua falciando le piante e avendo cura di non danneggiare le porzioni legnose che dovranno assicurare nell’anno successivo la ripresa vegetativa della pianta.

La resa di materiale verde di una coltura in piena produzione (3°-4° anno) oscilla tra 10-13 t/ha, in secco delle piante intere è del 30%, quella in sole foglie è del 20-25% rispetto al peso totale della biomassa falciata e la resa in olio è dello 0,2-0,3% sul fresco della biomassa.

In commercio è presente anche una oleoresina estratta con solventi.

Avversità 

Fino ad oggi, nelle coltivazioni di santoreggia annuale, non sono stati riscontrati rilevanti problemi fitosanitari, data la presenza di carvacrolo, attivo sulla la maggior parte di funghi e insetti. Solo durante l’allevamento di semenzali, il micete Phytium debaryanum Hesse, ha provocato marciume delle piantine. Il suo attacco è prevalentemente diretto alle zone del colletto.

Santoreggia Montana

 

SANTOREGGIA MONTANA

Satureja montana L.

Fam.Lamiaceae( Labiatae)

Descrizione

   La santoreggia montana è originaria dell’Europa centrale e meridionale, dell’Africa settentrionale e dell’Asia, cresce spontanea in Italia in terreni sassosi, calcarei e ben esposti. E’ un suffrutice perenne, alto30-40 cm, con ramificazioni molto fitte rivestite da foglie lanceolate larghe 3-4 mm a margine ripiegato in basso, glabre. I fiori sono di colore bianco, di piccole dimensioni, riuniti a formare infiorescenze cimose. La fioritura avviene solitamente in luglio-agosto, il frutto è un piccolo achenio ovoidale; tutta la pianta emana un odore intenso.

Proprietà e impieghi

 

   Presenta proprietà profumanti, aromatizzanti, stimolanti, digestive, carminative, antispasmodiche cicatrizzanti; viene impiegata sotto forma di infusi, decotti, e in cucina come aromatizzante. Trova impiego a livello di industria alimentare, cosmetica e liquoristica.

Tecniche colturali

 

- Terreno e ambiente

     Predilige terreni calcarei e ben esposti, non teme le basse temperature invernali, né i ritorni di freddo, e resiste a climi molto rigidi, purché nel terreno non vi siano ristagni idrici; sopporta bene pure i lunghi periodi di siccità.

- Propagazione

   La santoreggia si propaga sia per via gamica che per via agamica. Con il primo metodo si esegue la semina in semenzaio già a partire da ottobre-novembre, in serra, in cassoni caldi, e ciò permette il trapianto all’inizio della primavera. La semina in campo è spesso sconsigliata e, quando viene eseguita, deve essere effettuata prima dell’inverno (ottobre). Per trapianti autunnali o invernali i semi possono essere seminati in cassoni freddi all’aperto nei mesi di maggio-giugno. La santoreggia montana ha un seme molto duro che germina quasi sempre con difficoltà, e per facilitare la sua germinazione possono essere utili trattamenti con acqua tiepida, o con ormoni. La semina all’aperto prima dell’inverno, eseguita in bancali o in cassette, garantisce una buona percentuale di germinabilità; 1000 semi pesano 0,3g. e due grammi sono sufficienti per una superficie di 10 mq con produzione di circa 5 - 6000 piantine. La germinabilità del seme può essere alta purché venga assicurato un giusto livello di umidità al terreno e si rispettino le condizioni sopra riportate.

   Quando le piantine hanno raggiunto l’altezza di 8 - 10 cm si esegue il trapianto con la trapiantatrice, e di solito questa operazione si effettua da marzo ai primi di maggio. L’inconveniente di questo metodo deriva dall’eterogeneità delle sementi, in quanto non è ancora stata fatta una selezione dei diversi ceppi esistenti in natura, quindi è fondamentale sapere con sicurezza la provenienza del seme.

   La tecnica della divisione di cespo permette di avere piante uniformi; trattandosi di una pratica agamica si ottiene la perfetta riproduzione dei caratteri genetici della pianta madre. Tale operazione viene eseguita in autunno o all’inizio della primavera, prelevando dal cespo di una coltura vecchia i rami periferici che nella parte ipogea sono provvisti solitamente di radici; da una pianta madre si ottengono fino a trenta individui. Questo tecnica è però poco conveniente per moltiplicare piante in grande quantità.

   Altra tecnica di moltiplicazione è la propaggine, che si esegue sempre e solamente sulle giovani ramificazioni delle piante di età non superiore ad un anno; anche questa tecnica presenta numerosi limiti legati al numero ridotto di piantine ottenute.

   Nei mesi invernali fino all’inizio della primavera è possibile trapiantare anche piantine a radice nuda con ottimi risultati di attecchimento.

- Sesto d’impianto

   La santoreggia montana ha una sorprendente capacità di sviluppo nel senso della larghezza, tanto che il sesto d’impianto, composto solitamente da 60 -70 cm tra le file e 30-40 cm sulle file, viene spostato fino a 90 - 100 cm tra le file, in modo da ottenere una densità finale di 6- 8 piante/mq.

- Fertilizzazione

   All’impianto della coltura è consigliabile eseguire concimazioni con 50 -80 Kg/ha di azoto, anidride fosforica e ossido di potassio. E’ anche utile, negli anni successivi al primo, apportare, prima della ripresa vegetativa, un’ulteriore quantità di azoto compresa tra 50 e 80 Kg/ha a seconda della fertilità del terreno e delle condizioni ambientali.

- Cure colturali

   Durante il primo anno è importantissimo eseguire sarchiature nell’interfila e lungo la fila. Tali operazioni dovranno essere frequenti in modo da garantire una riduzione delle infestanti e delle perdite d’acqua per capillarità nei mesi più siccitosi. Dal secondo anno di coltivazione le lavorazioni sono limitate ad alcune sarchiature in primavera e dopo lo sfalcio.

   Attualmente si stanno provando diversi diserbanti; risultati soddisfacenti si sono raggiunti impiegando il Terbacile e il Lenacile.

   Gli interventi d’irrigazione sono limitati al trapianto soprattutto se viene eseguito nella primavera inoltrata e/o in periodi di siccità, dopo ogni sfalcio per stimolare il ricaccio della pianta. Sono da evitare o ridurre al minimo le irrigazioni a pioggia.

- Raccolta e resa

   La raccolta viene eseguita con falciatrici o falciacaricatrici, in cui occorre regolare il taglio ad un’altezza di 5 - 8 cm dal suolo per non compromettere la vitalità della pianta. Il raccolto, per avere la massima resa in olio essenziale, si esegue a fine luglio, inizio agosto, nel momento in cui la pianta è in piena antesi, o tra giugno e luglio per la raccolta delle foglie. In questo caso, se si ritarda l’epoca di sfalcio, si va incontro a perdite, in quanto le foglie, inserite alla base del fusto disseccano e cadono. Il fenomeno è naturale ed è dovuto in parte alla densità d’impianto.

   La produzione verde oscilla tra gli 80 e i 120 q/ha. La resa finale è bassa, di 15 -20 q/ha in quanto c’è un calo del 70-75% fra verde e secco e un ulteriore perdita di peso determinato dalle operazioni di mondatura. Mediamente la quantità di olio essenziale sul verde oscilla tra lo 0,18% e lo 0,20%.

Avversità

 

   Fino ad oggi nelle coltivazioni di santoreggia montana non sono stati riscontrati particolari problemi fitosanitari, in quanto il carvacrolo , composto chimico presente nella pianta, è attivo contro la maggior parte di funghi ed insetti.

Solo durante la coltura nei semenzali, è stato riscontrata la presenza del micete Phythium debaryanum Hesse, agente del marciume delle plantule. Il suo attacco è più che altro diretto nelle zone del colletto, con esito molto rapido, per quando non fulmineo; nel corso di pochi giorni, infatti, possono essere distrutti interi m2 di semenzaio. L’infezione parte dal punto di affioramento dell’asse dal suolo per poi diffondersi nell’apparato radicale ed in quello aereo; generalmente, però, la piantina si adagia al suolo prima che il fungo possa espandersi.

   L’attacco di tale patogeno è favorito da un ambiente con temperatura e umidità elevate, quale appunto si può avere nei cassoni, specie in quelli riscaldati. La temperatura ottimale per l’infezione va da 20 a 30 °C, mentre altri fattori predisponenti sono la scarsa ventilazione e la poca luce; è necessario regolare le condizioni termoigieniche dei semenzali, i ristagni di umidità nel terreno e nel soprasuolo, e vanno favoriti gli accessi di luce e aria a livello della plantula.

   La disinfezione nel caso di Phythium viene fatta con il metodo chimico, utilizzando formaldeide in dose di 10 litri di soluzione all’1% per m2. Utili sono anche gli interventi di disinfezione dei bancali con il calore e il cambio completo dei terricci.

Salvia

Salvia officinale

Salvia officinalis L.

Fam. Lamiaceae ( Labiatae) 

Descrizione
   La salvia officinale (o semplicemente salvia) è un piccolo arbusto sempreverde con rami a sezione quadrangolare, foglie opposte, finemente dentate ricoperte di peluria, picciolate, ovali-lanceolate spesse e rugose; le infiorescenze sono verticali con fiori portati in verticilli da 2 o 4, che appaiono verso giugno-luglio. La salvia può vivere allo stato spontaneo oltre 15 anni e in coltura da 5 a 7 anni.

   E’ una pianta caratteristica dell’Europa meridionale, in Italia cresce spontanea nelle zone centro-meridionali e nelle isole, nella nostra regione è diffusa come pianta coltivata sia in pianura sia nella fascia collinare submontana.

 Proprietà e impieghi 

   La salvia ha proprietà eupeptiche,colagoghi, emmenagoghe, antisettiche, cicatrizzanti. Per uso interno si usa sottoforma di tisana , mentre per uso esterno trova impiego sottoforma di collutori per gargarismi nella cura di gengiviti e delle stomatiti.

Viene impiegata per aromatizzare vini, liquori e bevande, rendendoli più digestivi, per proteggere gli indumenti dalle tarme, per profumare gli armadi e in cosmetica   nella preparazione di bagnoschiuma, shampoo e dentifrici.

 

Tecniche colturali

- Terreno e ambiente

 La salvia vive su suoli aridi, alcalini, neutri o leggermente acidi (pH 6,5-8,5), predilige suoli permeabili ricchi di scheletro con prevalente frazione granulometrica sabbiosa e ben aerati.   E’ una pianta termofila ed eliofila, sopporta climi relativamente continentali con grosse escursioni termiche, basse temperature d’inverno e con umidità minima dell’aria; evita terreni troppo a lungo coperti di neve. E’ coltivata fino alla fascia del “castanetum caldo”, (fascia submediterranea), cioè fino alla quota di circa 900 m. s.l.m..

 

- Propagazione

 La pianta si riproduce per via gamica, con semine dirette in pieno campo, o in semenzaio seguite da   trapianto a fine primavera. Il peso di 1.000 semi varia da 4,7 a 7,2 g.

Per via agamica si possono ottenere facilmente talee di 8-10 cm da piante madri di 2-3 anni di età. La capacità di radicamento delle talee è buona anche senza l’intervento di sostanze ormonali, le talee si possono prelevare nei mesi di marzo-aprile o di giugno-luglio per trapiantare le giovani piantine rispettivamente in maggio-giugno ovvero in autunno. Le semine si effettuano in entrambi i casi a febbraio-marzo, interrando il seme solo di qualche millimetro.

 La germinazione del seme avviene entro 20-25 giorni dalla semina; è molto importante usare un’elevata quantità di seme, in quanto normalmente ha una germinabilità difforme. Il seme matura sulla pianta scalarmente nell’arco di 20-30 giorni, la raccolta si effettua quando una piccola parte del seme è maturata e la restante parte è variamente immatura. E’ consigliabile usare per semine dirette in campo dai 10 ai 15 kg/ha di seme, mentre in semenzaio possono essere sufficienti 10 g per ottenere 200-300 piantine.

   La semina si può eseguire con normali seminatrici da grano o seminatrici di precisione, interrando il seme ad un cm di profondità. Il trapianto può essere eseguito manualmente (un operatore riesce a piantare nell’arco di una giornata mediamente 80-100 piantine/ora) oppure, più velocemente, con trapiantatrice meccanica a due o più file. Il trapianto eseguito in autunno-inverno o inizio primavera permette, di effettuare già l’anno successivo due sfalci e di non intervenire con irrigazioni di soccorso al trapianto qualora sia stato scelto il momento più opportuno.

 - Sesti d’impianto

   I sesti d’impianto dipendono dalla destinazione finale del prodotto: produzione di cimette per uso erboristico, di olio essenziale, o di seme. Per la produzione di cimette si possono adottare due sistemi, uno ad alta densità e definito a “prato”, con file distanti 33 cm fra le fila e di 20 cm lungo la fila e un impiego di 150.000 piantine ad ettaro, e l’altro a bassa densità con file distanziate fra loro 50-70 cm e 20 cm lungo la fila ed un utilizzo di 75.000 piantine per ettaro.

   Per la produzione del seme si adottano distanze di 80-100 cm fra le fila e di 30 cm sulla fila con un investimento di circa 30.000 piantine ad ettaro. L’impianto ad alta densità è spesso preferibile eseguirlo mediante semina diretta in campo, mentre negli altri casi è possibile ricorrere anche al trapianto delle piccole piantine all’inizio della primavera. In terreni marginali con forti pendenze, seminando con seminatrici da grano, sono consigliabili 15 kg/ha di seme; in terreni pianeggianti, prevalentemente sciolti, quando si può seminare in terreno rullato e impiegare seminatrici di precisione, si possono usare 8-10 kg di seme. I vantaggi dell’investimento a prato sono il ricoprimento totale del terreno che attenua il ricaccio delle infestanti, la possibilità di raccogliere il prodotto con una falcia-carica foraggio, una maggiore produzione di foglie e, una maggiore produzione di foglie rispetto alle parti legnose.

   L’inconveniente è invece l’impossibilità di lavorare con mezzi meccanici pesanti al fine di non calpestare la coltura o di utilizzare piccole macchine del tipo motocoltivatrice. Nel caso di impianti a bassa densità si ha una porzione di terreno nudo maggiore rispetto al prato, questo comporta il pericolo di infestazioni e di conseguenza un numero più elevato di lavorazioni. Con le file molto distanziate le piante esercitano una minore competizione per cui aumentano in altezza e si espandono nell’interfila rendendo la raccolta del prodotto più difficoltosa. Gli impianti a bassa densità sono consigliati per ottenere un buon rendimento in olio essenziale dalle foglie: dato che le piante hanno a disposizione molta luce, si riduce notevolmente la caduta delle foglie, soprattutto quelle basali.

 - Fertilizzazione

     L’apporto di elementi nutritivi è in funzione della fertilità del terreno; in linea di massima sono consigliati, per un salvieto di durata quinquennale, l’apporto di circa 350-400 q/ha di letame maturo, di 40-50 kg/ha di azoto e di 80-100 kg/ha di P2O5 e di K2O. Per incrementare la produzione di foglie occorre aumentare di 50 unità ad ettaro l’azoto sotto forma nitrica, da distribuire alla ripresa vegetativa o dopo ogni sfalcio.

 

- Cure colturali

   Sono limitate ad alcuni interventi di sarchiatura nell’interfila per eliminare le infestanti e ridurre l’evaporazione, mentre lungo le fila sono necessarie delle scerbature per eliminare le infestanti. Possono essere utili alcune interventi irrigui dopo ogni sfalcio, soprattutto se la stagione decorrente è siccitosa; sono consigliate le irrigazioni per scorrimento o sottochioma, evitando quelle a pioggia che possono causare lo sviluppo di oidio.

- Raccolta e resa

   La raccolta viene effettuata in modo diverso a seconda di come è stato effettuato l’impianto. Per quello   ad alta densità, cioè a “prato”, in cui si hanno molte piantine poco sviluppate in altezza, le cimette possono essere raccolte direttamente mediante un organo di taglio sia rotante o a barra falciante, con l’aggiunta, in quest’ultimo caso, di un aspo che faciliti il taglio stesso. Negli impianti a bassa densità il numero delle piante è minore, ma le dimensioni maggiori, pertanto occorre usare una macchina con appositi convogliatori prima dell’organo di taglio; i convogliatori hanno il compito di sollevare i rami più bassi dell’arbusto per permetterne il taglio. Non esistendo macchine specifiche per la raccolta della salvia, e in generale si possono usare macchine come falcia-carica foraggio, mietileghe da grano, alcuni tipi di falcia e trincia mais.

   Per la raccolta del seme la difficoltà maggiore è legata alla maturazione scalare. Generalmente si procede alla raccolta quando il seme della parte bassa dell’infiorescenza vira dal verde al marrone scuro. La raccolta può essere fatta manualmente oppure usando macchine mietitrebbiatrici adattate alle dimensioni del seme della salvia.La produzione di massa verde è in funzione di vari fattori quali tipo di terreno, esposizione, giacitura, andamento meteorico, concimazione, irrigazione ecc.

   Le esperienze svolte dall’ARF presso il Giardino delle Erbe di Casola Valsenio su prove di coltivazione in salvieto a prato con doppia destinazione (cimetta per erboristeria e materiale per la distillazione) riportano i seguenti dati: n° sfalci eseguiti 3, a fine primavera, all’inizio dell’estate e a fine estate; i primi due sfalci danno un materiale ricco di acqua, tanto che il calo verde secco è del valore di 5-6 ad 1 e particolarmente adatto al consumo erboristico, il terzo sfalcio dà un materiale meno ricco di acqua, con un calo verde/secco di 4 ad 1, e quindi adatto alla distillazione

   Mediamente la produzione ad ettaro è di 150-180 q di massa verde che, in foglie secche, si riduce a 25-45 q. La produzione media di seme si aggira sui 5 q/ha all’anno.

   L’olio essenziale si ottiene per distillazione in corrente di vapore con una resa variabile fra lo 0,2 allo 0,35 % sul fresco, che aumenta con l’invecchiamento delle foglie. Se la coltura è destinata esclusivamente alla produzione di olio essenziale, conviene effettuare un solo raccolto ad agosto, utilizzando impianti a bassa densità. Se il salvieto ha la doppia funzione di produrre cimetta per l’uso erboristico e olio essenziale, si effettuerà il primo sfalcio in maggio giugno per il primo caso e il secondo sfalcio per la produzione di essenza in agosto-settembre impiegando il prodotto fresco o appena appassito.

 

Avversità

   La salvia officinale è soggetta ad alcuni patogeni, quali l’Oidium erysiphoides o mal bianco, che si combatte con l’impiego di zolfo, la Puccinia salviae Ung., la cui ruggine presenta pustolette sparse di colore grigio bruno sulla pagina, e la Thielaviopsis basicola (Berk. et Br.) Ferr., che interessa l’apparato radicale.

   Fra gli insetti dannosi ricordiamo il Psylliodes attenuata Koch. e l’Arima marginata F., che attaccano foglie e giovani steli, un lepidottero l’Arctia caja L., le cui larve compiono erosioni a carico del parenchima, rispettando dapprima l’epidermide opposta per poi divorare ampie porzioni del lembo; due ditteri, Phytomyza atricornis Meig. e P. platensis Br., agiscono come larve minatrici fogliari e due emitteri, il Ceroplastes sinensis Del Guercio e il Lepyronia coleopterata Silv., provocano danni agli apici vegetativi. La salvia è inoltre soggetta al mosaico dell’erba medica (AMV) i cui vettori sono gli afidi. Sono stati riscontrate presenze di Triodia sylvina L., un lepidottero la cui larva scava gallerie a spirale nella radice principale. Inoltre, è stata riscontrata la presenza di Heliothis peltigera Denis Shiff., una nottua le cui larve compiono erosioni fogliari; di una cocciniglia degli agrumi, detta Icerya purchasi Masckell, che provoca, mediante l’infestazione della pagina inferiore della foglia, del fusto, e delle ramificazioni, sottrazione di linfa, deperimento e disseccamento vegetativo seguito, nei casi più gravi, dalla morte della pianta. La vegetazione viene imbrattata dalla copiosa melata emessa e sulla quale sviluppano consistenti fusaggini